August 2, 2013 | by Stefan Kolev Print

Un paese relativamente piccolo e situato alla periferia dell’Europa qual è la Bulgaria raramente viene fatta oggetto dell’attenzione dei media internazionali. Il 24 luglio scorso, però, è stata un’eccezione: su tutti i giornali e i siti europei e americani si potevano vedere allarmanti immagini di Sofia. Il motivo era altrettanto allarmante: la notte precedente la polizia aveva respinto con grande violenza i dimostranti che avevano circondato il Parlamento. Cosa c’è dietro questi avvenimenti?

Circa quaranta giorni fa, enormi dimostrazioni di piazza erano un avvenimento quotidiano a Sofia. I partecipanti, che comprendevano numerosi studenti liceali e universitari, erano indignati dal fatto che il nuovo governo aveva fatto scelte alquanto discutibili per ricoprire importanti cariche amministrative; tra di esse, aveva particolarmente colpito la nomina di un notorio imprenditore del mondo dei media alla guida dei potenti servizi segreti interni del paese. Questa decisione, e altre del medesimo tenore, sono state considerate sintomi evidenti degli inestricabili legami tra l’elite politica e diversi circoli affaristici che si muovono ai limiti della legalità. Le proteste sono chiaramente non di parte, giacché la gran parte dei dimostranti rifiuta di identificarsi con il partito di opposizione e accusa l’intera classe politica di tendere alla corruzione. È per questo che, per descrivere l’attuale sistema in Bulgaria, preferisco il termine “cleptocrazia” – da intendersi come un sinonimo più elegante di “clientelismo” – giacché quello di arricchirsi senza troppi scrupoli a spese della collettività è stato il tratto caratteristico dell’elite politico-economica per gli ultimi 23 anni.

La transizione della Bulgaria dal socialismo reale è stato un tragitto piuttosto complicato. Tutto è iniziato nel 1989, quando – a differenza di quanto è avvenuto in paesi dell’Europa centrale come la Cecoslovacchia o la Polonia – l’elite comunista ha architettato un “ricambio” del vecchio regime, sostituendolo con nuove strutture nelle quali i vecchi personaggi del partito comunista e delle sue organizzazioni sussidiarie continuavano ad occupare le “alture dominanti” dell’economia e del sistema politico. Il vecchio partito comunista, principale membro dell’attuale coalizione di governo, ha cambiato il proprio nome in Partito Socialista Bulgaro e sostituito alcuni dirigenti con facce nuove ma, a differenza della gran parte dei vecchi partiti comunisti dell’Europa centrale, quello bulgaro non è mai diventato un’organizzazione social-democratica di stato europeo occidentale. Il ricordo dei “bei vecchi tempi”, quando la Bulgaria era il satellite sovietico più fedele, continuano a contraddistinguere la retorica del partito. Ovviamente il quadro non è del tutto cupo: dopo la devastante iper-inflazione del 1996-97 sono stati ottenuti diversi notevoli successi in campo macroeconomico: ad esempio, nel 1997 il Fondo Monetario Internazionale ha assistito il paese nella creazione di una currency board, che ha fissato il tasso di cambio del lev bulgaro rispetto al marco tedesco (e successivamente all’euro), con il risultato che da allora il paese gode di una notevole stabilità monetaria. Il debito pubblico si è drasticamente ridotto e oggi è pari al 18 per cento del PIL, uno dei valori più bassi nell’Unione Europea (incidentalmente, molti economisti e numerosi dimostranti temono che questo risultato sia messo a repentaglio dalla proposta di bilancio avanzata dal nuovo governo e dalla riattivazione di un progetto per la costruzione di una centrale nucleare guidata da una conglomerata russa). La Bulgaria, inoltre, ha tra le tasse più ridotte nell’Unione Europea, con un’aliquota fissa (flat tax) del 10 per cento per l’imposta sul reddito sia delle persone fisiche, sia delle imprese. Tuttavia nessun governo è riuscito a sciogliere l’intreccio tra le strutture di stampo mafioso che si annidano in buona parte dell’economia del paese e l’elite politica, a dispetto dei tentativi (peraltro sporadici e per lo più inefficaci) di esercitare pressioni dall’esterno. La qualità delle istituzioni bulgare è quindi scadente, anche se paragonata a quella dei paesi confinanti. Per questo, dopo che la bolla speculativa immobiliare ed edilizia si è sgonfiata nel 2009, gli investitori esteri sono apparsi riluttanti ad impegnarsi in nuovi progetti e l’afflusso di nuovi capitali stranieri si è notevolmente ridotto.

Si può dire che le proteste in Bulgaria siano uniche nel loro genere? Alcuni commentatori internazionali hanno proposto analogie con i recenti avvenimenti in Egitto e in Grecia, ma ovviamente vi sono notevoli differenze: in Bulgaria, a differenza dell’Egitto, non vi sono questioni religiose; inoltre non vi è niente che possa essere paragonato alle strutture militari egiziane. A differenza della Grecia, invece, nelle proteste non si ravvisano sentimenti anti-occidentali, anzi: i dimostranti sono entusiasti del sostegno che ricevono dai media stranieri e dagli ambasciatori dei paesi dell’Unione Europea che, nelle ultime settimane, sono stati sorprendentemente poco diplomatici nei confronti del governo. Tuttavia potrebbero esservi alcune somiglianze con le proteste di altri paesi del Mediterraneo. I dimostranti di ogni età hanno levato la voce per dire “basta!” all’elite di tutti i partiti. È ancora possibile che la transizione della Bulgaria abbia un lieto fine, che ai miei occhi sarebbe rappresentato da un avvicinamento, per quanto lento, all’ideale di un ordine politico e sociale libero, consistente di una cornice di rule of law che racchiude un’economia di libero mercato in regime di concorrenza, una democrazia funzionante e una vivace società civile. Per esser chiari, questo significa l’esatto opposto della trasformazione della Bulgaria in una copia in sedicesimo della Russia putiniana, una trasformazione che forse alberga ancora nelle fantasie di alcuni dei russofili di oggigiorno a Sofia. Quello che anima tanti dei dimostranti nelle strade di Sofia è il sogno di far diventare la Bulgaria semplicemente un normale paese europeo, magari con un modesto livello di vita paragonabile a quello delle nostre ex-”repubbliche sorelle” dell’Europa centrale. È un’utopia? Le prossime settimane e mesi potrebbero rivelarsi decisive per rispondere a questa domanda.

Stefan Kolev, born 1981 in Sofia and Bulgarian citizen, is professor of economics at the West Saxon University of Applied Sciences in Zwickau and managing director of the Wilhelm Röpke Institute in Erfurt, Germany. Learn More about Stefan Kolev >